1  Psicometria per la neuropsicologia clinica

1.1 Perché è importante misurare?

Un intero capitolo dedicato alla misurazione non può che partire da una definizione di misurazione, per quanto generale: La misurazione è l’utilizzo di numeri per descrivere delle entità di interesse. La definizione di misurazione in ambito neuropsicologico sarà il tema del prossimo paragrafo, in cui approfondiremo molto questo argomento. Le entità di interesse della misurazione in neuropsicologia sono di diverso tipo, ma il più delle volte sono funzioni cognitive, come attenzione o memoria

Per misurare utilizziamo i test cioè specifici strumenti di misurazione sviluppati appositiamente in ambito psicologico e neuropsicologico. Anche i test saranno oggetto di un paragrafo dedicato

Prima di cominciare con questi approfondimenti è importante soffermarsi su una domanda fondamentale: Perchè è importante misurare? Non possiamo dare per scontato che sia una cosa necessaria o indispensabile e anzi, è utile riflettere sull’utilità di utilizzare numeri per descrivere qualcosa.

La misurazione è innanzitutto considerata una delle basi del metodo scientifico e un approccio scientifico e basato dall’evidenza, non può che passare dalla misurazione. Un celebre aforisma (probabilmente apocrifo) di Galileo Galilei, uno dei padri del metodo scientifico è: misura ciò che puoi misurare, rendi misurabile ciò che non lo è . Anche ogni libro che parli di epistemologia, cioè la filosofia della scienza, tende ad avere un capitolo o una sezione sulla misurazione, a sostegno di quanto sia fondamentale per il processo sicientifico (es. Boniolo & Vidali, 1999). In breve quindi:

misurare in neuropsicologia clinica ci permette di adottare un approccio scientifico e andare oltre la semplice osservazione clinica qualitativa

Fermiamoci adesso un attimo a riflettere su quale è lo scopo di una valutazione neuropsicologica. Lo scopo potrebbe essere l’accertamento sul sospetto di una patologia in corso (es. un sospetto di demenza, sospetto di ADHD), o la caratterizzazione di un disturbo cognitivo in una condizione accertata (es. capire se un trauma cranico ha avuto delle conseguenze). Le informazioni possono avere fini diagnostici, prognostici o riabilitativi. La misurazione è utile perchè ci permette dunque di avere più informazioni rilevanti per la valutazione neuropsicologica e di risultati più oggettivi[^1]. [^1]: per oggettivo indichiamo un risultato che non è dipendente da chi sta effettuando l’esame.

È importante notare che in alcune branche della psicologia clinica, la misurazione non è considerata necessaria o fondamentale. Si pensi ad esempio ad approcci come la psicoanalisi, o alcuni approcci costruttivisti alla psicoterapia. Entrambi non fanno quasi uso di strumenti misurazione e i test hanno un ruolo nullo o marginale. Quando si parla però di neuropsicologia clinica o di di valutazione neuropsicologica, la prima cosa che viene in mente è invece una persona che sta effettuando una serie di test per riuscire a comprendere lo stato cognitivo di un individuo e una serie di punteggi ottenuti da questi test: la misurazione sembra un aspetto imprescindibile. Provando a chiedere a ChatGPT4.0 la seguente cosa Crea un disegno in bianco e nero di una neuropsicologa che sta effettuando una valutazione neuropsicologica il risultato che ho ottenuto (14/09/2025) è la figura qui di seguito: una persona che sta somministrando un test, verosimilmente per misurare qualche aspetto del funzionamento cognitivo della persona esaminata.

Una valutazione neuropsicologica secondo ChatGPT (vedi testo per il prompt esatto)

In altre parole, la neuropsicologia clinica come disciplina assume e ha come presupposto che la misurazione degli oggetti di interesse (funzionamento cognitivo, rischio di sviluppare una malattia, etc), sia possibile raggiungere delle conclusioni diagnostiche migliori, sia possibile fare delle migliori scelte terapeutiche in generale si svolga una migliore attività clinica (si veda paragrafo Epistemologia della neuropsicologia clinica per ulteriori dettagli). La misurazione, cioè l’utilizzo di punteggi, ci aiuta a quantificare delle proprietà di interesse e poter fare delle scelte cliniche più precise rispetto al solo utilizzo della osservazione clinica qualitativa e basate su evidenze scientifiche. Il più delle volte questo implica che i punteggi sono confrontati con delle soglie e se i valori sono al di là di queste soglie, viene concluso che il risultato ha rilevanza clinica (useremo più avanti termini più tecnici e definizioni più precise). La persona con il punteggio al di là della soglia potrebbe avere un deficit cognitivo, o forse un rischio di avere una patologia neurodegenerativa o un disturbo del neurosviluppo.

Va da sé, che se questo è uno dei presupposti della neuropsicologica clinica come disciplina, effettuare correttamente le misurazioni è un primo aspetto fondamentale che determinerà la qualità della nostra attività clinica.

1.2 Cosa misuriamo in neuropsicologia clinica?

La disciplina che si occupa della misurazione in psicologia (e in neuropsicologia) è la psicometria, una delle discipline che, insieme alla statistica, rappresentano le fondamenta di questo libro. La psicometria si occupa proprio delle questioni della misurazione in psicologia, una tipologia di misurazione molto particolare perchè non tratta di proprietà di oggetti fisici ma di costrutti, cioè concetti psicologici non osservabili.

Il fatto di non essere proprietà non osservabili non è di per sé un problema insormontabile ed è comune in vari campi al di là di quello psicologico. Per esempio, si pensi, al campo magnetico prodotto da un oggetto, o alla sua temperatura. Nel caso di costrutti per renderlo osservabile ci basiamo sull’osservazione di comportamenti associati al costrutto di interesse. Tali comportamenti sono spesso detti indicatori (o proxy in inglese).

Definizione

Costrutto: Un concetto psicologico non direttamente osservabile (in neuropsicologia clinica la misurazione è spesso di costrutti non osservabili come memoria, attenzione, etc.). Per essere osservabile un costrutto è associato a uno o più indicatori spesso comportamenti osservabili, associati al costrutto stesso.

Una caratteristica peculiare della misurazione psicologica è che la relazione tra ciò che è l’esito della misura (cioè il punteggio) e ciò che si vuole misurare, cioè il costrutto, è molto indiretto. Nel suo manuale “Neuropsychological Assessment”, Muriel Lezak, una delle persone più influenti nella neuropsicologia clinica riporta questo passaggio (di Sivan & Benton, 1999) molto esplicito a riguardo.

“Le abilità cognitive (e le disabilità) sono proprietà funzionali dell’individuo che non vengono osservate direttamente, ma piuttosto inferite dal comportamento. Ogni comportamento (compresa la performance nei test neuropsicologici) è determinato da molteplici fattori: l’insuccesso di un paziente in una prova di ragionamento astratto può non dipendere da un deficit specifico nel pensiero concettuale, ma da un disturbo dell’attenzione, da una difficoltà verbale o dall’incapacità di discriminare gli stimoli della prova.” (Sivan & Benton, 1999)

In breve. Non esiste una corrispondenza univoca tra un comportamento e uno specifico aspetto del funzionamento cognitivo (normale o deficitario). Quasi per definizione ogni comportamento è riconducibili a più abilità cognitive.

La neuropsicologia, tramite test e misurazione non si occupa però solo di costrutti (intesi come concetti psicologici), ma in alcuni casi di altre entità, come la probabilità di sviluppare una patologia neurologica, la probabilità di sviluppare sintomi comportamentali, o semplicemente la predizione di un altro punteggio. Distinguere questi casi è rilevanti perché alcuni metodi psicometrici o considerazioni statistiche possono valere solo in alcuni di questi casi. Tutte questo sarà comunque approfondito nei paragrafi e capitoli successivi

1.3 Misurazione e neuropsicologia clinica

Abbiamo già detto come in neuropsicologia clinica somministriamo test per ottenere dei punteggi, cioè dei numeri, che ci aiutano a descrivere ciò che è di interesse che, il più delle volte è legato costrutti neuropsicologici, psicologici o cognitivi, quali memoria, attenzione, benessere, depressione, etc. L’utilizzo dei numeri ci aiuta a capire meglio il funzionamento cognitivo cognitivo e capire se, per esempio, per una specifica funzione (es. la memoria) è talmente basso da farci sospettare un deficit oppure l’inizio di una patologia neurodegenerativa. Allo stesso tempo l’avere dei numeri ci permette di avere una stima della capacità in un certo momento per poi tornare ad ripetere la rilevazione e vedere se c’è stato un peggioramento, per esempio dovuto ad un declino, oppure un miglioramento, per esempio dovuto ad un trattamento riabilitativo.
Ciò che abbiamo descritto sopra non è altro che esempi di misurazione di una proprietà del funzionamento mentale: tramite i test misuriamo la memoria, misuriamo l’attenzione o altre caratteristiche di interesse.

Finora ci siamo accontentati di una definizione generica di misurazione, ma per una trattazione metodologicamente rigorosa abbiamo bisogno di avere una definizione più precisa di cosa si intenda per misurare . Già qui sorgono i primi problemi. Non esiste infatti una definizione di misurazione unanimamente accettata (questa considerazione sarà proprio il punto di partenza del paragrafo Introduzione all’Item Response Theory), ma esistono delle definizioni molto diffuse e, come vedremo, alcune di queste sono implicitamente utilizzate nella pratica neuropsicologica clinica o forense.

1.3.1 La definizione di misurazione di S.S. Stevens e le scale di misura

La più famosa definizione di misurazione è certamente quella di S.S. Stevens, che in un articolo del 1946 ha fornito una definizione che influenzato (nel bene e nel male) la storia della psicologia (Stevens, 1946):

Definizione

Misurazione secondo S.S. Stevens

“…possiamo dire che la misurazione, nel senso piu ampio, è definita come l’assegnazione di numeri a oggetti o eventi secondo determinate regole.” (p. 667)

La proposta di Stevens va contestualizzata al clima del momento. Alla fine degli anni quaranta si stava discutendo in ambito scientifico se gli oggetti di interesse della psicologia potessero essere misurati e se, quindi, la psicologia potesse essere considerata una scienza. L’iniziale conclusione di una commissione internazionale di fisici e psicologi che si era riunita per dare una risposta a questa domanda era arrivata alla conclusione che, secondo una definizione rigorosa di misurazione, la risposta era no. Secondo Stevens però, il problema era proprio nei presupposti della commissione e, più in particolare, nella definizione troppo restrittiva di misurazione. Propose dunque la definizione riportata sopra, e sottolineò che anche se ogni regola porta a misurazione, un aspetto importante (ma separabile) è l’utilizzo che si può fare dei numeri o classificazioni e questo dipende dalla Scala di misura. A seconda delle proprietà misurate (ma che possiamo sempre definire come una misurazione ) potrebbe quindi essere diverso l’utilizzo che possiamo fare dei numeri. La proposta di Stevens salvava la psicologia come scienza e anzi aiutava a chiarire l’utilizzo dei numeri per la misurazione in diverse circostanze.

Esistono quattro scale di misura: categoriale, ordinale, a intervalli, a rapporti. Queste scale possono essere organizzate gerarchicamente (categoriale al livello più basso, a rapporti al livello più alto), e le operazioni possibili ad un livello più basso sono possibili a tutti i livelli superiori. Per esempio calcolare la mediana è possibile a livello di scala ordinale, ma anche nella scala ad intervalli e a rapporti in quanto più alte nella gerarchia. Da notare che anche il solo rilevare se una persona è femmina o maschio è, secondo la definizione di Stevens, un caso di misurazione, utilizzando una scala categoriale. In questo caso non hanno senso operazioni tipo addizione o sottrazione o moltiplicazione (non ha senso dire che una femmina è due volte un maschio o viceversa) e una delle poche operazioni possibili è contare quanti casi abbiamo per ogni categoria (es. confrontare il numero di femmine con il numero di maschi). Un riassunto delle scale e delle operazioni possibili è riportata nella tabella 1.2.

Tabella 1.2: Le quattro tipologie di scale di misura secondo S.S. Stevens.
Scala Descrizione Esempio Operazioni possibili
Nominale Classificazione in categorie senza ordine implicito Sesso (M/F), Colori, Nazionalità Conteggio, moda, verifica uguaglianza/differenza
Ordinale Classificazione con ordine, ma le distanza tra categorie non hanno significato Posizione in una classifica, Titolo di studio Ordinamento, mediane, percentili
Intervallo Misura con ordine e intervalli uguali, ma senza zero assoluto significativo Temperatura in °C, IQ Addizione, Sottrazione,Media, Deviazione standard, z-score
Rapporto Misura con ordine, intervalli uguali e lo zero ha un significato Età, Scolarità in anni, tempi di reazione Tutte le operazioni aritmetiche (×, ÷, +, −), z-score, rapporti

Legenda
- Scala: tipo di misura secondo la classificazione di Stevens.
- Descrizione: caratteristiche principali della scala.
- Esempio: variabili reali che rientrano in quella scala.
- Operazioni possibili: trasformazioni matematiche e statistiche consentite dai dati.

L’idea di avere una definizione di misurazione molto generica, accompagnata ad una distinzione di scale di misura è molto potente e tuttora è molto influente nella misurazione in psicologia. Come anticipato, però, ci sono anche altre definizioni. Nel prossimo paragrafo sarà approfondita una di queste, che entrava in forte contrasto con la proposta di Stevens.

Questo è un libro in fase di scrittura.
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Ultimo aggiornamento: 05 February 2026, 13:20